Un’idea per la promozione dell’arte italiana

Ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno fatto amare l’arte. Ricordo ancora le lezioni sulla statuaria greca del mio professore al liceo. Fu un viaggio meraviglioso dalla staticità delle steli arcaiche fino all’esplosione nello spazio tridimensionale del discobolo di Mirone. E all’università era un grande piacere entrare scientificamente nel linguaggio e nelle sue strutture, nella psicologia della comunicazione, nell’analisi dei testi nei loro aspetti formali e culturali.  Poi, per quarant’anni, ho gestito aziende.

Queste riflessioni sulla valorizzazione possibile del nostro patrimonio artistico nascono dalla mia passione per l’arte, dai miei studi sulla comunicazione e dall’attività commerciale che per tanti anni mi ha fatto immedesimare nei miei clienti per capire le loro esigenze e soddisfarle al meglio. Il progetto che voglio proporre viene fuori quindi da una miscela un po’ particolare di esperienze.

L’epidemia mondiale sta obbligando ad un ripensamento della fruizione museale. Credo sia un’opportunità, e che quanto faremo adesso possa servire anche in futuro. In particolare potrebbe servire all’Italia che, come continuiamo a ripeterci da secoli, ha nel suo enorme patrimonio culturale una riserva infinita di ricchezza.

Abbiamo da vendere un “prodotto” di altissima complessità costituito da un assortimento di opere d’arte e monumenti unico al mondo per qualità e dimensione. Possiamo raggiungere e ampliare una clientela potenziale enorme su scala mondiale. Una clientela multiculturale, non omogenea, selettiva.

Come possiamo usare la comunicazione audiovisiva e i media per far incontrare questa offerta e la domanda? Come si può costruire un modello di fruizione virtuale delle opere d’arte italiane che abbia un successo dirompente di per sé e che incrementi poi la quantità di visite reali nel nostro paese?

I siti realizzati fino ad ora per la promozione del turismo e dei musei hanno avuto un impatto limitato per una serie di motivi che non è qui il caso di analizzare. Uno dei motivi principali però è certamente, ed è paradossale, la ricchezza enorme dei contenuti disponibili. Troppo spesso questi contenuti sono assemblati in modo riduttivo, dispersivo e con scarso impatto emozionale.

La mia proposta prevede di usare per la promozione del turismo in Italia un contenuto focalizzato, coerente e selezionato: la rete dei musei presenti in tutte le città italiane e la bellezza infinita che contengono.  Ma di farlo con un progetto che impegni risorse di prim’ordine, sia per i contenuti che per il web design e la promozione.  Altrimenti si perde tempo inutilmente per l’ennesimo sito informativo fatto con il copia e incolla. Ci sono già siti di questo tipo, dedicati ai musei italiani, e inoltre ogni museo ha già il suo sito fatto più o meno bene. Ho in mente qualcosa di diverso. La sfida è trasmettere al mondo l’emozione della cultura e dell’arte italiana. E di farlo applicando lo stato dell’arte della comunicazione e del web design.

Il primo passo, ovviamente, è la creazione di una struttura dedicata che centralizzi, con un unico portale, gestione e diffusione dei contenuti dopo averli raccolti, elaborati e prodotti in modo originale, coerente ed uniforme. Pensando alla realtà del nostro paese forse questa è la sfida che, se vinta all’inizio, farà sembrare facile il resto del progetto.

Non penso ad un ente, quanto ad una vera e propria azienda che abbia una missione ben chiara e non risenta di compromessi politici. Dovrebbe essere quindi un’azienda privata, creata da uno o più investitori illuminati, e in Italia ne abbiamo. O una fondazione, sostenuta da donazioni ma comunque in grado di mantenersi e di generare un profitto che ne garantisca la continuità e l’espansione.

Come prima cosa va realizzato un progetto pilota, dedicato ad un solo museo, che serva a definire il format di comunicazione e a selezionare le metodiche e le professionalità più efficaci.

Impostando il progetto pilota si verificano le aspettative espresse o latenti del pubblico. Si vede cosa è già disponibile, se funziona e come funziona. Cosa si può acquisire delle risorse e dei contenuti esistenti e cosa si può migliorare e integrare. Cosa va costruito ex-novo.

Pensiamo ad un museo come gli Uffizi, o La Galleria Nazionale dell’Umbria o molti altri simili presenti nelle nostre città, non enormi ma ricchissimi dal punto di vista qualitativo. E’ evidente la disomogeneità dei loro siti.  Ci sono differenze notevoli fra musei che sono andati avanti e altri che offrono ancora poco come contenuti multimediali fruibili sul web. Per tutti la comunicazione attuale è ancora costruita prevalentemente, come è ovvio, attorno alla situazione di normalità.

In sintesi, nella maggior parte dei casi l’attuale comunicazione web e social dei musei italiani non è strutturata per la fruizione virtuale ma è un servizio alla visita fisica al museo. Per i visitatori “fisici” quasi tutti questi musei dispongono di schede di sala e di audioguide. Almeno per i musei più famosi, anche italiani, si cominciano a vedere documentari di un certo interesse sui network.  Ad esempio, su Netflix ho trovato un documentario interessante sugli Uffizi. Gli specialisti che lo hanno prodotto dispongono di ampie bibliografie sulle opere esposte, le conoscono, le amano e riescono a trasmettere la loro passione allo spettatore. Parliamo però di un documentario, che dura più di un’ora e, ovviamente, non è interattivo.

Proviamo ad immaginare un approccio audiovisuale diverso, interattivo, partendo dal punto di vista di un potenziale fruitore. Anzi immedesimiamoci noi stessi in questo ruolo. Premetto che non parlerò di tecnologie informatiche. Non mi intendo di social o di come si realizza un sito, però da utilizzatore vedo in giro esempi che mi sembrano più efficaci per quello che vorrei realizzare. Chi ne sa più di me in materia di web design capirà di volta in volta a cosa mi sto riferendo.

Il punto di partenza è la selezione logica a cascata dei contenuti  del sito secondo questa sequenza.

  • Una introduzione al museo.
  • Una panoramica delle sale e degli artisti esposti
  • Gli approfondimenti per ogni singola opera

Vediamo i vari punti.

1) Introduzione generale al museo.

Google Arts & Culture penso che fornisca oggi le modalità di visita virtuale più convincenti. L’esperienza di navigazione è quella di  Google street view integrata da visualizzazioni delle opere in buona definizione e corredate da spiegazioni sintetiche. Personalmente trovo coinvolgente visitare in questo modo un museo che conosco, dove sono stato. Navigando con le frecce, anche se ci si deve prendere la mano all’inizio, ripercorro percorsi che ho fatto e richiamare così  le emozioni provate. So che in quella sala c’è un quadro che amo e lo vado a cercare. Se invece “entro” in un museo che non ho visitato, personalmente mi trovo un po’ spaesato e giro a vuoto.

Questa modalità di Google, impostata sostanzialmente come un articolato motore di ricerca è comunque, al momento,  la più adatta a riprodurre anche le sensazioni che si hanno quando si entra fisicamente in un museo, incluso quel momento iniziale in cui, fatto il biglietto, si percepisce il primo impatto con lo stile architettonico, si cerca la direzione della visita, si ragiona sulle priorità da dare alle cose da vedere, sul tempo che ci vorrà.

Per la parte orientativa basata su Street View andrebbe integrata con una presentazione audio e/o testuale, con mappe o quant’altro serva a percepire con immediatezza la “logica” di quel museo.  E’ fondamentale che la qualità dei testi e dello speakeraggio siano professionali al massimo, non sono aspetti da lasciare a chi non lo fa di mestiere.

2) Panoramica delle sale e degli artisti esposti

E’ il secondo livello della fruizione. Si entra nella logica e nel percorso della visita, si definiscono le aspettative su quanto andremo a vedere in quella sala. Si contestualizzano autori ed opere, storia e biografie, scuole e committenze. L’acquisizione di concetti e dati, se realizzata in modo attrattivo, crea una pausa di arricchimento culturale che aumenta l’aspettativa del momento clou, l’impatto con le opere.

3) Gli approfondimenti per ogni singola opera

Nessuna esperienza virtuale, per quanto avanzata, potrà mai sostituire l’impatto diretto con l’opera. Alcuni quadri si prestano meglio ad una visione su schermo altri meno. Ma l’obbiettivo è rendere quanto più possibile appagante l’incontro con l’opera d’arte. E questo anche per chi non sia un appassionato e un esperto.

Serve selezionare le opere principali a cui dedicare un trattamento più completo costruendo per esse un percorso di fruizione multimediale che soddisfi sia le esigenze di approfondimento culturale sia l’emozione estetica pura, che sarà tanto più elevata quanto più sarà consapevole.

Mi sembrano troppo sintetiche le parti didascaliche presenti in Google Arts & Culture. Si deve fornire il contesto storico del quadro, dare cenni sulla tecnica pittorica, spiegare la simbologia, analizzare e descrivere la composizione. E sfruttare al massimo l’alta definizione per lasciare all’utente il piacere di guardare l’opera ed immergersi in essa. E’ importante che le spiegazioni di contorno esaltino la fruizione estetica senza sovrapporvisi e senza interromperla. Penso si possa riuscirci con una impostazione di web design ben studiata, dove la parte didascalica anche se ricca, sia però discreta e organizzata in modo da non interferire invasivamente con la visualizzazione dell’opera.

 

In conclusione, penso che un sito web concepito con criteri come questi potrebbe avere un notevole successo di pubblico. I contenuti sarebbero attrattivi e ben si presterebbero anche ad un ampia  diffusione sinergica sui social media.  

La bellezza attrae persone di ogni paese e di ogni livello culturale. La bellezza infinita di un capolavoro del nostro Rinascimento può ottenere più like e condivisioni dell’ultimo modello di scarpe dell’influencer di turno.

Vogliamo provare?

 

 

 

La tua azienda è una città ideale?

Nella seconda metà del Quattrocento, in pieno Rinascimento, vennero realizzate in area urbinate o fiorentina, da autore incerto, alcune tavole che rappresentavano la veduta di una città ideale.

Imbevute di citazioni dell’architettura romana e basate sui criteri della prospettiva, le vedute mostrano un contesto urbano di fantasia, estremamente armonico e sereno.

Lo scopo di questi dipinti era molto probabilmente politico, nel filone delle tradizionali illustrazioni del “buon governo” visibili ancora oggi in diversi palazzi civici italiani.

Sono gli anni in cui Lorenzo de’Medici trasforma Firenze nella nuova Atene, e nelle corti italiane si forma la cultura che poi dominerà il mondo per secoli.

La lotta politica conosce violenze, guerre e tradimenti ma chi governa le città italiane, oltre che al potere, aspira a identificare la propria gloria con la bellezza urbanistica, con l’eccellenza nelle arti e con la prosperità del popolo.

Il potere va conquistato con ogni mezzo, con le arti della volpe e del leone, ma trova la sua giustificazione etica nel fine ultimo di costruire una “città ideale”. Una città dove l’uomo trovi la sua realizzazione nella serenità della bellezza, dove l’armonia è il metro assoluto di ogni cosa.

Quanta di quella luce che dal Rinascimento illumina la nostra storia è arrivata fino a noi?

In politica direi ben poca. Fra chi commissionava le sue opere al Botticelli e chi usa manipoli di manipolatori per fare cassa di risonanza agli istinti peggiori delle masse l’abisso è tale da sfiorare il ridicolo. Ma anche senza guardare ai nuovi barbari, che ormai bivaccano nelle parti peggiori della nostra anima nazionale, la classe politica italiana di oggi è desolante, incapace di comunicare ideali e sfide in cui identificarsi.

E riguardo al tessuto civile, quando per esempio devo andare in una sede INPS, mi appare drammaticamente evidente che la città ideale forse l’hanno costruita da un’altra parte.

E nelle aziende?

In Italia, si sa, portiamo vanto delle moltissime piccole e medie imprese, spesso di grande successo, che tanto contribuiscono all’identità e al benessere del paese.

Tipicamente hanno un fondatore ancora al comando o sono gestite dai suoi eredi diretti.

Queste aziende sono molto spesso delle piccole “città ideali” in cui il fondatore ha infuso la sua visione e i suoi valori. Non tutti sono dei Lorenzo de’ Medici, ci mancherebbe, ma comunque se hanno avuto successo è perché la loro etica del lavoro, la loro visione e i loro valori erano sani e forti. E in quanto tali si sono riversati nei prodotti, hanno trovato riscontro nel mercato e nella motivazione dei collaboratori che via via si sono aggregati all’azienda che cresceva, contribuendo al suo successo.

La sfida, come spesso vediamo, è la continuità valoriale quando avviene il cambio generazionale o quando si raggiungono dimensioni che richiedono catene più lunghe di comando.

Infatti coerenza è forse la parola più importante nella gestione aziendale. Ed è agevole da mantenere quando c’è un uomo solo al comando, ben più difficile difenderla quando le deleghe necessariamente aumentano.

Vediamo le multinazionali. Pensiamo, solo a titolo di esempio, a Google, Amazon, Facebook, FCA, Ferrero, Microsoft.

Ognuno di questi marchi a diffusione mondiale evoca filosofie aziendali, visioni e campi connotativi che possono variare a seconda di chi li legge, della sua cultura e della sua ideologia.  Dipende anche da quante volte e a che livello siamo venuti a contatto con quelle aziende, come semplici clienti, come fornitori o come dipendenti.

Comunque, ogni grande multinazionale dichiara una sua specifica cultura e un set di valori fondanti. E molto spesso si vede una notevole coerenza fra il dire e il fare, sia pure con tutte le diluizioni dovute alle dimensioni. Penso per esempio a Ferrero, un’azienda che se paradossalmente chiedesse la delega per governare l’Italia avrebbe con molta probabilità un consenso plebiscitario.

E’ evidente che per ogni azienda, grande o piccola, la sfida fondamentale è mantenere nel quotidiano la coerenza fra i valori di riferimento dichiarati e i comportamenti messi in atto verso tutti gli stakeholder interni ed esterni.

Purtroppo, nel corso della mia lunga carriera, ho visto spesso come basti un solo manager incapace o scorretto, annidato in una posizione di potere anche non necessariamente apicale, per creare una macchia di inquinamento nei rapporti e nella credibilità.

Lorenzo de’ Medici gestiva il suo potere con assoluta determinazione e senza alcuna remora, vedi cosa successe ai suoi avversari politici quando assassinarono suo fratello Giuliano. I corpi dei congiurati penzolarono a lungo sulla facciata del Palazzo della Signoria. Ma la sua Firenze divenne per sempre un faro di cultura e di bellezza per l’umanità intera.

Fatte le debite proporzioni fra l’oggi e quei secoli duri e magnifici, se avete un azienda, prendetene esempio. E se un vostro manager fa lo stronzo impiccatelo senza esitazioni.

Ma davvero i leader aggressivi difendono meglio il branco?

In un esperimento condotto dall’Università della Virginia sono state fatte ascoltare, ad un campione di elettori, una serie di coppie di frasi pronunciate durante varie campagne presidenziali americane, senza indicare quale candidato le avesse realmente pronunciate.

In ogni coppia di frasi una era positiva e costruttiva, l’altra era critica ed aggressiva. Il campione doveva indicare a quale delle due frasi collegava una leadership più forte.

A grande maggioranza le frasi aggressive sono state attribuite a leader più forti, che sarebbero anche stati votati.

I ricercatori collegano questo risultato ad aspetti arcaici della psicologia umana. Quando eravamo ancora scimmie, nei momenti di carenza o di pericolo, il branco si affidava ovviamente agli individui più dotati fisicamente e più aggressivi.

In ambiti aziendali questa tendenza viene mitigata dalla complessità del contesto, delle interazioni e delle attività da svolgere.

In un ambito politico la situazione è diversa, soprattutto oggi. Infatti, in una comunicazione iper-sintetica come è quella veicolata dai social media, la tendenza a preferire leader aggressivi, percepiti come più capaci di difendere il branco, sta dilagando.

Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.

Il rasoio di Ockham e il management

Guglielmo di Ockham (1285 -1347) è citato spesso come il filosofo che ha chiuso il medioevo. 

Sia pure formulato in ambito teologico, il suo pensiero ha posto le basi del metodo scientifico di oggi.

Ci si riferisce al “rasoio di Ockham” per sintetizzare, soprattutto in ambito epistemologico, un principio base: “Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora”. E’ inutile fare con più quello che si può fare con meno.

Credo che il rasoio di Ockham sia di fondamentale importanza nella gestione aziendale. Non parlo ovviamente di tagli dei costi e di economie. Mi riferisco alle decisioni e alle scelte.

Nella mia esperienza, le soluzioni migliori, le decisioni più azzeccate, i progetti meglio riusciti sono sempre stati caratterizzati da una estrema semplicità concettuale. Questo non vuol dire che fosse semplice la loro attuazione. Ma era semplice lo schema di base.

Al contrario, tutte le volte che la definizione iniziale richiedeva troppe parole e troppe slide intuivo che qualcosa non andava e che non avrei avuto un pieno successo. 

In qualche modo le idee, le decisioni, i progetti che funzionano hanno la bellezza della semplicità.

Chiunque può tenere il timone quando il mare è calmo

C’è una nota frase di un autore romano, Publilio Siro, che viene spesso citata in diversi contesti psicologici e filosofici: “Chiunque può tenere il timone quando il mare è calmo”.

Raramente la vedo citata in ambito manageriale. Chi è alla guida di un’azienda, o di un team, molto spesso tende al machismo. Quale manager non conosce la perversa gratificazione dell’impegno 7/24 e delle risposte alle e-mail a mezzanotte?

Eppure, quando il tuo equipaggio è ben organizzato e motivato, la nave è in ordine e la rotta è tracciata non è necessario che chi guida la nave stia sempre al timone.

Ci saranno tempeste, cambiamenti di rotta e approdi difficili, momenti in cui tutti si volteranno verso il leader per avere certezze e decisioni.

Per dare il meglio di sé in quei momenti serve la serenità che deriva da un’impostazione di vita sana e saggia.

E, per avere una vita così, è importante saper godere dei momenti di mare calmo. Ce ne sono più di quanto si voglia ammettere.

Momenti in cui ci si può dedicare un po’ a sé stessi, al proprio benessere. Un benessere che si trasforma in forza e creatività. Quello che il tuo equipaggio si aspetta da te quando si alzano le onde.

The Human Side of Enterprise

“The Human Side of Enterprise” di Douglas McGregor é del 1960. La Teoria X e la Teoria Y introdussero concetti allora rivoluzionari ed ancora attualissimi.

Come è noto, la Teoria X descrive l’approccio manageriale vecchio stampo per cui le persone in azienda hanno un ruolo passivo e sono motivabili soltanto con minacce e/o ricompense monetarie. Secondo la Teoria Y, invece, le persone danno il meglio di sé quando gli obiettivi dell’azienda sono anche i propri, quando c’è fiducia e delega.

E’ esperienza comune che le aziende migliori sono in pieno dentro la teoria Y.

La dicotomia fra le due teorie viene però spesso estremizzata, falsando così le analisi di McGregor. Che non ha mai scritto che delega e fiducia possano prescindere da una perfetta organizzazione aziendale, dalla definizione di obiettivi chiari e condivisi, da una leadership partecipativa e “trasparente” ma comunque ben presente.

Mentre essere un manager “X” è purtroppo alla portata di tutti, essere un manager “Y” non è facile. Va trovata la giusta misura fra delega e direzione, creando le condizioni in cui l’ego del “capo” scompare a favore di un ego collettivo, che trova le sue motivazioni nella soddisfazione che tutti provano vedendo che il proprio lavoro contribuisce al successo comune.

“Semplicemente, si custodisce. E si tramanda”

E’ il movimento interno di un cronografo Patek Philippe, un orologio di gran lusso realizzato con immensa cura e sapienza artigianale. Non posso permettermelo ma mi perdo a guardare la perfezione di questo meccanismo.

Gli attriti sono ridotti al minimo da perni in rubino. Ogni ingranaggio è un pezzo unico che si incastra a perfezione con tutti gli altri pezzi, altrettanto unici. Tutti assieme svolgono una funzione armoniosa e precisa.

C’è molta bellezza in questo meccanismo e mi piace pensare che gli ingranaggi di questo capolavoro siano, a loro modo, felici.

Un’azienda dovrebbe essere come questo meccanismo prezioso, con ogni persona che sa quello che deve fare, e lo fa al meglio, integrandosi perfettamente con gli altri, con una comunicazione serena e aperta a ridurre gli attriti, come fanno i perni di rubino, facilitando il compito di tutti.

Del resto anche per le aziende vale il claim del brand :”Un Patek Philippe non si possiede mai completamente. Semplicemente, si custodisce. E si tramanda”. Di uscita dalla comfort zone e di managerialità rampante ne parliamo un’altra volta.

George Patton: “Guidami, seguimi o togliti di mezzo”

George Patton è stato uno dei più famosi comandanti americani durante la seconda guerra mondiale. Era un leader carismatico e un grande innovatore nella guerra con i mezzi corrazzati.

Nel 1970 gli venne dedicato un film di successo, “Patton, generale d’acciaio”, che evidenzia bene le caratteristiche eccezionali del personaggio.  Inclusi certi tratti di originalità, come la Colt con il manico di avorio che ostentava o il pitbull che lo seguiva sempre.

In una scena famosa del film Patton, interpretato da George Scott, salta giù dalla jeep nel fango e si mette a dirigere il traffico di colonne di carri che, nell’avanzata fulminea verso Parigi, avevano creato un ingorgo.

Non amo troppo le frasi celebri, salvo eccezioni. Una di queste eccezioni è proprio una frase di Patton: “Guidami, seguimi, o togliti dalla mia strada”. Pare che la frase originale inglese fosse un po’ più esplicita riguardo a da dove togliersi.

Trovo che sia una sintesi mirabile di cosa è la leadership:

·        “Guidami”: mi fido di te, della tua competenza, hai l’autonomia per decidere. Ti seguo anche se sono io il capo.

·        “Seguimi”: Sono io al comando, io decido e tu fai quello che dico.

·        “Oppure togliti dalla mia strada”: Quando si tratta di agire non esiste una terza alternativa rispetto alle prime due.

Patton era un geniale stratega adorato dai suoi uomini, da cui otteneva il massimo, ma era un pessimo politico. Tanto che verso la fine della guerra venne emarginato per la franchezza con cui si esprimeva in un momento in cui si delineavano gli accordi post- bellici con gli alleati. Quello che lo rendeva così efficace in battaglia lo ostacolava quando c’era da mediare e da scendere a compromessi.

I grandi generali suoi pari grado entrarono tutti in politica con successo. Lui morì in un banale incidente stradale nel 1945. Ed entrò nel mito.

IL CAZZÍLLORO

Il cazzìlloro è un simpatico animaletto che vive nelle foreste pluviali del Centro America.

Ha dimensioni molto piccole e un delizioso musetto. La tipica andatura a balzi è ideale per il suo habitat, l’ombroso e umido sottobosco tropicale.

Le caratteristiche più interessanti del cazzìlloro sono quelle comportamentali. Ha infatti un’innata curiosità, per cui si ferma spesso ad annusare e a guardarsi intorno in posizione eretta, con una gestualità che ricorda quella della marmotta con cui è imparentato.

Però, a differenza della marmotta, che adotta questo atteggiamento vigile per allertare il branco in caso di pericolo, il cazzìlloro mostra uno spiccato individualismo.

Proprio per questa peculiare caratteristica comportamentale, che lo espone ai numerosi predatori, restano ormai pochi esemplari di cazzìlloro e la specie rischia seriamente l’estinzione.

MOLLARE FACEBOOK

Anni fa ho smesso di fumare sigarette. Non per paura dei rischi.

Avevo fatto un breve corso di yoga e un esercizio consisteva nel respirare lentamente, assaporando l’ingresso piacevole dell’aria fresca nei polmoni.  Lo ripetevo ogni volta che mi veniva voglia di fumare.

Un’abitudine piacevole al posto di un atto vuoto e compulsivo.

Ci sono tante cose più “fresche” e piacevoli da fare, nel tempo libero, invece che stare su FB. Passeggiare, leggere un buon libro e tanti altri piaceri della vita.

FB non è piacevole, i “superstimoli” che genera, il meccanismo psicologico di superficiale riconoscimento sociale, danno assuefazione. Esattamente come il fumare compulsivo.

Certo, è bello essere in contatto con amici lontani che non vedi da anni.  Ma è vero contatto?

Su Linkedin ho una rete importante di rapporti professionali, ma a cosa mi serve concretamente FB?

MI piace scrivere fesserie, recensioni di improbabili ristoranti milanesi di cucina uzbeka o descrizioni di idilliaci paesini inesistenti della Lucania. Ma ho la mia pagina francobartoli.it dove posso scrivere tutte le bischerate che voglio con il vantaggio che nessuno le legge.

Quindi ho deciso di sospendere  la mia pagina FB. Non la elimino, perché sarebbe estremistico, ma un periodo di aria fresca ci sta.

Mi dispiace per Zuckerberg, spero non se ne abbia a male

Ciao !

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