Il gallo nel pollaio

David de Conink (attribuito)
Olanda, seconda metà del XVII secolo

Facciamo un giretto insieme dentro questo quadro fiammingo della fine del ‘600.

I vari animali sono descritti realisticamente, ma la loro gestualità e le loro interazioni comportamentali sono nettamente antropomorfe.

Il gallo ha la testa eretta, fiero del suo piumaggio e della cresta che lo incorona. E’ evidentemente un leader nato, conscio del suo ruolo e fiero dei simboli del potere che gli sono connaturati. E’ nato gallo.

Ma guardate l’espressione stupita del suo “viso”.

Sta accadendo infatti qualcosa di non previsto. Non saprei esattamente che tipo di uccello sia quello che spiega le ali alzandosi sul canestro. Chiamiamolo faraona per comodità. E’ evidente che la faraona sta contestando il gallo che ha di fronte. Non ci è dato sapere perché ma la faraona esprime un forte dissenso con il gallo su qualcosa d’importante ed emotivamente coinvolgente. Deve essere qualcosa che riguarda le sue simili che stanno nel canestro, che infatti hanno l’aria di sentirsi protette e non si immischiano nel diverbio.

Tutto intorno ci sono dei comprimari. C’è un “sotto-gallo” sulla destra. Anch’esso stupito, cerca di defilarsi di fronte alla criticità di quanto sta accadendo al suo gallo capo, la cui leadership viene messa così aggressivamente in discussione.

I tre conigli, fedeli alla loro natura, fanno finta di non essere lì.

E infine, e questa è la chiave di lettura principale del quadro, una faraona si volta dal canestro e lancia l’allarme.  Ma si capisce che gli altri animali, così presi nel confronto con il gallo-leader,  non la sentono.

E così, mentre galli, faraone e conigli sono concentrati su come schierarsi nello psicodramma in corso, un bel gattone si lecca i baffi pronto a risolvere, a modo suo, le dinamiche psicologiche di tutti quanti.

Ogni riferimento a persone e a fatti realmente accaduti,  o a situazioni che io abbia visto nella mia carriera,  è puramente casuale.

Mastro Anto’

Mastro Anto’, sulla destra,
con Gervaso il falegname
di Ciripìsolo

Una delle ragioni principali per cui amo Ciripìsolo, il paesino di sogno sperduto fra i monti della Lucania dove, ogni estate, mi reco in cerca di pace, è il rapporto umano che si riesce a creare con i Ciripìsolani.
Sono, come ormai sapete, quasi tutti persone molto anziane e sagge, di poche parole.
Un rapporto speciale mi lega a Mastro Antonino, Mastr’Antò come lo chiamano i Ciripìsolani, che usano spesso le elisioni.
Mastr’Antò non ama farsi ritrarre, ma potete vederlo, di spalle, a destra nella foto che ho scattato l’anno scorso.

Lo incontrai la prima volta che venni a Ciripìsolo, ormai diversi anni fa. Era tardo pomeriggio e lo vidi seduto su una panca davanti alla sua casetta in pietra a due piani. Lo salutai, mi rispose con un cenno gentile e mi sedetti accanto a lui.

La pace del posto, la presenza accanto a me di quell’uomo saggio e silenzioso mi portarono a parlare, ad aprirgli il mio cuore. Gli raccontai della vita in Brianza, del traffico di Milano, delle ansie del lavoro, di come, in quel fiscal year, mi attanagliasse l’incertezza su come far quadrare nel profit & loss gli investimenti per incrementare la brand awareness.
Parlai molto a lungo. Poi scese il silenzio.

Nel cielo sopra di noi volavano alte le rondini e si intuivano i primi raggi del sole al tramonto.
Non dimenticherò mai quel momento quando, dopo ancora una lunga pausa, Mastro Antonino si girò lentamente verso di me, mi guardò con quel suo sguardo dolce e indefinibile, e, piano, mi batté due volte la mano su una spalla.

SEGUE……..

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