IL CAZZÍLLORO

Il cazzìlloro è un simpatico animaletto che vive nelle foreste pluviali del Centro America.

Ha dimensioni molto piccole e un delizioso musetto. La tipica andatura a balzi è ideale per il suo habitat, l’ombroso e umido sottobosco tropicale.

Le caratteristiche più interessanti del cazzìlloro sono quelle comportamentali. Ha infatti un’innata curiosità, per cui si ferma spesso ad annusare e a guardarsi intorno in posizione eretta, con una gestualità che ricorda quella della marmotta con cui è imparentato.

Però, a differenza della marmotta, che adotta questo atteggiamento vigile per allertare il branco in caso di pericolo, il cazzìlloro mostra uno spiccato individualismo.

Proprio per questa peculiare caratteristica comportamentale, che lo espone ai numerosi predatori, restano ormai pochi esemplari di cazzìlloro e la specie rischia seriamente l’estinzione.

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UNA NEW ENTRY NEL PANORAMA GASTRONOMICO MILANESE

Dopo il successo sulla piazza londinese apre adesso anche a Milano il primo ristorante della catena Samarcanda, specializzata nella cucina uzbeka.

Nato dalla capacità imprenditoriale del famoso chef Pamiran Sunciuk, il Samarcanda di Milano si propone di far conoscere anche al sofisticato pubblico meneghino una cucina di antica tradizione, legata ai valori di un territorio remoto e fiabesco come quello uzbeko.

Nei raffinati locali affacciati su corso Magenta si potranno gustare tutti i piatti tipici uzbeki, dalla pecora marinata, il famoso gushiankir, alla pecora stufata in salsa di frugaz, il piccante peperone locale, fino alla famosa pecora frollata cotta nel miele, il dolce tipico che, nelle famiglie uzbeke, è tradizione consumare per le più importanti festività. Il tutto accompagnato dal fortissimo liquore locale, il parak, distillato dall’anice stellata.

Il Samarcada è in corso Magenta al 24, non lontano da Santa Maria delle Grazie. Chiuso il lunedì.

ANCHE BELLI & GRASSI APRIRA’ IN PIAZZA LIBERTY A MILANO

Nella ristrutturata Piazza Liberty a Milano, accanto all’Apple Store e ai marchi celebri della moda e del design, aprirà a settembre anche il primo store italiano della catena americana Belli & Grassi.
Era il 1912 quando Giovanni Belli e Roberto Grassi, due giovani immigrati originari di Pavia, aprirono a New York il loro primo negozio di specialità alimentari italiane nella Grand Street di Little Italy.

Il successo fu immediato fra gli abitanti del quartiere, nostalgici del cibo della patria lontana.
Ma la coerenza dei due soci ed amici nel selezionare ed importare solo i prodotti migliori li fece ben presto apprezzare anche dalle sofisticate élite newyorkesi.

Nel periodo fra le due guerre, gli anni del proibizionismo e del charleston, i negozi Belli & Grassi si erano già moltiplicati in tutta New York. In quegli anni spensierati erano sinonimo di gusto italiano, genuinità e raffinatezza.

Ma è negli anni ’50 del secolo scorso che, sotto la guida di Francesco, primogenito di Giovanni, il brand si espande fino a diventare la realtà di oggi, la principale catena di gastronomia italiana negli States e un’azienda di successo quotata a Wall Street

L’apertura dello store di Milano rappresenta dunque un emozionante ritorno alle origini di un marchio ancora poco noto da noi ma che identifica, in America, l’eccellenza e il gusto italiano nell’agroalimentare. A questa apertura ne seguiranno ben presto altre nelle principali città italiane


 

Una buona notizia per gli amanti dell’arte moderna

Dopo il grande successo ottenuto lo scorso anno al MOMA di New York, approda a Milano la mostra “The meaningful hole, un maestro dell’essenzialità” dedicata all’opera di Irato Takashi, il grande pittore giapponese deceduto nel 2014 che tanto ha ispirato l’arte concettuale contemporanea.

La mostra è un emozionante viaggio attraverso le opere e la vita del maestro, a partire dagli anni cinquanta quando il tema centrale dell’opera di Takashi, il foro su superficie bianca, aveva ancora un materico realismo, fino alle realizzazioni più recenti in cui si assiste ad una progressiva rarefazione astratta.

Per la prima volta in Italia sono esposte tutte assieme le opere della maturità dell’artista quali la celebre serie di dodici quadri “Punto nero su superfice bianca” accanto alla altrettanto celebre serie “Punto nero su superfice rosa” e a quella, rimasta incompleta per la morte dell’autore, “Punto nero su superfice verdastra”.
La mostra resterà aperta fino a fine luglio al Palazzo Reale di Milano.

LE SCIMMIE GIALAPAGA, SCOPERTA UNA SPECIE ANIMALE SCONOSCIUTA NELL’ ARCIPELAGO DI GIAVA

L’ultimo numero del “National Geographic Magazine” riporta la notizia della scoperta di una nuova specie di scimmiette, rimasta fino ad ora sconosciuta.
Sono piccoli animali, apparentemente molto timidi, che vivono solo nelle aree inesplorate dell’isola di Sunnarmambata, una delle zone più inaccessibili dell’arcipelago indonesiano.

Questi deliziosi animaletti hanno sviluppato, in secoli di isolamento, particolari caratteristiche comportamentali che li distinguono dalle altre specie della famiglia degli indridi, di cui fanno parte assieme ai lemuri.

Sir John Loastcoke, il noto etologo della National Geographic Society che le ha scoperte dopo anni di ricerche, ha descritto l’emozione del primo incontro con una piccola gialapaga. Non avendo mai conosciuto l’uomo, le gialapaga sono molto fiduciose e socievoli.
Sir Loastcoke racconta ancora con commozione di quando la prima piccola gialapaga femmina è scesa da un albero, si è avvicinata e ha iniziato a guardare incuriosita la sigaretta che Sir John stava fumando in quel momento, una Senior Service senza filtro.
Sir John ha teso la sigaretta alla piccola gialapaga che se ne è impadronita e ha cominciato a fumare a rapide boccate.

Sempre Sir John racconta che dopo l’emozione di quel primo incontro si sono verificati dei problemi dovuti alla particolare affettività, quasi eccessiva, che sembra essere una delle caratteristiche salienti delle gialapaga.
La  scimmietta, finito di fumare, si è infatti abbarbicata alla gamba di Sir John. A nulla sono valsi i tentativi di staccarla, anche perché la piccola gialapaga, quando Sir John si allontanava da lei, manifestava evidenti segni di disperazione.

Nell’ articolo, Sir John racconta che, dopo qualche ora, l’intera spedizione aveva di fatto adottato una intera comunità di piccole gialapaga, che si erano affezionate ai singoli membri abbarbicandosi alle loro gambe, piangendo ai tentativi di separazione.
L’unico modo di calmare i simpatici animaletti, è sempre Sir John che lo racconta, fu quello di condividere con loro, oltre alle sigarette, alcune bottiglie di birra che la spedizione aveva con sé.

Alcune piccole gialapaga sono adesso ospitate nello zoo di Kengsiston, vicino Londra, dove si sono trovate a loro agio e hanno anche iniziato a riprodursi.

DAAS, UNA STORIA DI SUCCESSO

 

Un foto ricordo scattata durante una lezione del CSN

Il 3 dicembre 1972 John Wile si recò alla Fiera Sportiva dell’Est per comprarsi un paio di sci ultimo modello.

Fu una grande delusione per John quando, alla prima uscita sulle montagne di Spaccaloosa nel Wisconsin, urtando un sasso gli sci nuovi di zecca si spezzarono in due.
Proprio in quel momento passava di lì William Legahort, un nano che abitava nella vicina cittadina di Franaway. “Non buttarli” disse William a John.

William era un brillante falegname e, con perizia, riuscì a ricavare due paia di sci, molto corti ma perfetti, dagli sci rotti di John.

John Wile in una tenuta da sci pioneristica negli anni ’50
William Legahort, a causa della bassa statura che lo rendeva molto aerodinamico, stabilì diversi record sul chilometro lanciato

John e William divennero amici e assieme aprirono a Spaccaloosa il CSN, “Centro Sciistico Nani” che in pochi anni divenne il punto di riferimento per tutti i nani sciatori della costa orientale.

Ma il punto di svolta per John e William arrivò nel 1985. Un addetto alla progettazione delle scarpe da running dell’Adidas aveva sbagliato a premere il tasto ”riduci decimali” e, prima che qualcuno se ne rendesse conto, l’Adidas aveva prodotto quasi un migliaio di scarpe di misura assurdamente piccola.

William Legahort in una rara immagine

John e William rilevarono l’intero stock, che ebbe un enorme successo fra i nani sportivi già clienti dei due.

Iniziò così la fortuna dell’azienda che, nei primi anni novanta, prese il nome attuale di DAAS, “Diversamente Alti Articoli Sportivi”. Un’espansione ininterrotta che ha portato la DAAS ad essere oggi leader di mercato nel settore degli articoli sportivi per nani, con oltre mille dipendenti e con stabilimenti di produzione e negozi in tutti gli States.

Indiscrezioni al Colloquium di Brescia: La macchina Terminator Dental è quasi pronta

Il Colloquium Dental è un’occasione  di incontro in cui si hanno sempre anticipazioni importanti  sul nostro settore. Ma la notizia che circolava quest’anno mi ha davvero impressionato. Avevo già sentito dei rumors in proposito ma ho avuto la conferma ieri da un amico di Monaco di Baviera che lavora da anni come consulente strategico nel settore dentale.

Pare che i ricercatori delle principali multinazionali del dentale si siano incontrati in segreto nei mesi scorsi a Crans Montana in Svizzera per mettere a punto un progetto comune a cui è stato dato il nome provvisorio di Terminator Dental.

Si tratta di un nuovo standard di apparecchiature, totalmente automatiche ed estremamente complesse, che combinano molti aspetti delle attuali tecnologie ottenendo un risultato che ha dell’incredibile. Dai pochi dettagli che sono filtrati sembra che l’apparecchiatura permetta di rilevare, in automatico, la situazione clinica del paziente, che deve solo appoggiare la testa su un supporto simile a quelli usati dagli oculisti. Si attiva una serie di sensori sia fotografici che a raggi x a basso dosaggio. Il quadro clinico così rilevato viene analizzato dal computer, l’apparecchiatura lo elabora e stampa in tempo reale piano di cura e preventivo.

L’albergo di lusso a Crans Montana dove sarebbe avvenuta la riunione segreta

Il paziente a questo punto deve solo inserire la carta di credito, appoggiare fermamente la testa su un supporto simile al primo, posizionato in un’altra zona del macchinario, e aprire la bocca.

Bracci robotici miniaturizzati eseguono il lavoro necessario, in tempi brevissimi se trattasi di conservativa, in pochi minuti se è necessario produrre e cementare un manufatto protesico. Pare che per ora la macchina non sia in grado di produrre protesi totali, ma non tanto per motivi tecnici quanto per la scarsa dimestichezza con le tecnologie digitali dei pazienti più anziani.

A quanto sembra i primi prototipi hanno dato risultati promettenti ed è stata avviata la certificazione FDI della macchina e dei vari materiali che utilizza. Se la notizia verrà confermata, sono evidenti le implicazioni. Tutto il comparto odontoiatrico, odontotecnico e della distribuzione verrà rivoluzionato.

AGGIORNAMENTO

La mia fonte conferma che il lancio del progetto Terminator Dental è imminente. Si tratterà di apparecchiature self service posizionate nei centri commerciali, completamente automatizzate e controllate tutte a distanza da un’unica centrale dove opereranno al massimo due o tre dentisti ed odontotecnici, con compiti di sorveglianza.
Di fatto, il sistema dentale come lo conosciamo cesserà di esistere.

La sala di controllo provvisoria usata per le prime simulazioni. Le foto sono state diffuse da un giovane dentista che si è ritirato dal progetto perché terrorizzato dalle sue implicazioni. Pare che si sia rifugiato in Bolivia

Il business che si prospetta, su scala mondiale, è valutabile in molti miliardi di dollari tanto che i principali gruppi di investimento, anche cinesi, hanno già aderito al progetto.

Sembra che durante la riunione in cui il progetto ha avuto l’approvazione definitiva, il presidente di una delle multinazionali del dentale che fanno parte del cartello Terminator Dental sia stato sentito affermare, riferendosi a tutto il comparto:
“Era l’ora che cambiassimo strategia, i profitti sono in calo e io non ne posso più di questi maniaci, fissati su dettagli incomprensibili. E anche le assistenti non sono più bone come una volta”.
Su quest’ultima parte della frase, che mostrerebbe ancor di più uno scarso livello etico, la fonte che l’ha riferita non è del tutto sicura di aver capito bene.

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